Quel gesto lo aveva visto ripetere tante volte.

Con la fierezza di chi si ripara le cose.

Con la necessità di bastarsi di chi ha fatto la guerra.

Suo nonno era un maestro nei lavori manuali.

Un MacGyver d’altri tempi.

Aveva ereditato la plasticità di quel gesto.

Aveva imparato la sequenza.

Custodiva quel sapere pratico, con orgoglio.

Non era solo il tappare un buco in una camera d’aria.

Era una riparazione dell’anima.

Un gesto che riesumava i valori della sua famiglia.

Smontò la ruota, svitò la valvola, estrasse la camera d’aria.

Passò la mano all’interno del copertone per trovare la causa del foro.

Una ricerca intima delle cause di uno sbrego nell’anima.

Da riparare per tornare a farla girare.

Prese la bacinella e la riempì d’acqua.

Gonfiò leggermente la gomma e la immerse.

La faceva scorrere tra le dita, pezzo a pezzo.

Fino a vedere le bollicine uscire.

Un foro microscopico.

Eccolo.

Grattò la camera d’aria con la carta abrasiva.

Applicò il mastice e lo distribuì con le dita attorno al foro.

Attese qualche secondo e applicò la toppa.

Anche quel buco era chiuso.

Altri ne sarebbero venuti, nella gomma, nell’anima.

Lo sapeva bene.

Ogni volta lo stesso rituale.

La sequenza guidata dalla voce del nonno.

Oggi come allora, nella sua testa.

Tornava bambino.

La bicicletta tornava a girare.

Lui tornava a sognare.


Foto e testi di Andrea Dell’Orto

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