Due le sensazioni che più ricordava dei viaggi in auto, da bambino.

Lo stomaco chiudersi giù da un cavalcavia.

La gioia di raggiungere il bagliore in fondo ad un tunnel.

Del tunnel lo colpiva un’altra cosa.

Quei doppi numeri che correvano a lato.

Per tutta la sua lunghezza.

Fondamentali per chi fosse in pericolo.

A loro la scelta della direzione da prendere.

Erano giorni che si svegliava di soprassalto.

Nel bel mezzo della notte.

Con quell’immagine in testa.

Lui, bambino, nel mezzo del tunnel.

Senza vedere la luce ne’ davanti, ne’ dietro.

Camminava, correva verso un’uscita.

E la luce non arrivava. Mai.

I pensieri annebbiati dall’aria viziata.

Cosa avrebbe detto Freud di quel sogno?

Le settimane passavano, la quarantena si protraeva.

Le misure imposte sempre più coercitive.

L’ingresso di questo tunnel, un ricordo sempre più sbiadito.

Iniziava a chiedersi cosa ci fosse stato prima…

Si sforzava di ricordare

L’immagine, sempre meno nitida.

Come i progetti che aveva.

Nessun bagliore a guidarlo.

L’inerzia come strumento di sopravvivenza.

Difficile collegare il prima al dopo.

In mezzo un vuoto temporale.

Un tunnel infinito.

Di certo, solo lo spazio: quattro mura.

Giornate claustrofobiche.

Impotenti.

Ogni sera chiudeva gli occhi, sperando.

In un finale.

The end.


Foto e testi di Andrea Dell’Orto

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